19 oct. 2010

«Los Simpson es de los pocos programas de televisión para niños donde la fe cristiana, la religión y la necesidad de Dios son temas recurrentes».

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La familia Simpson pasa los dos grandes filtros del Vaticano: el oficial respalda al oficioso

RELIGION EN LIBERTAD

Mon, 18 Oct 2010 19:02:00

CAMINEO.INFO.- Si el ingenuo Ned Flanders y el cínico reverendo Lovejoy tenían esperanzas en que el Vaticano les apartase el cotidiano cáliz de Homer Simpson, este domingo habrán quedado desengañados del todo. En un artículo publicado en L´Osservatore Romano por Luca M. Possati no sólo se «bautiza» a los dos principales protagonistas de la serie («Homer y Bart son católicos» es el título), sino que se respalda la benigna interpretación de Francesco Occhetta sobre «Los Simpson y la religión» en el último número de La Civiltà Cattolica.

Y nada en el Osservatore ni en la Civiltà sale a la luz si no hay aprobación, expresa o tácita, de la Santa Sede. De hecho, la edición dominical del diario vaticano incluye una recomendación expresa de la serie: «Los padres no deben temer que sus hijos vean las aventuras de los hombres de amarillo». Y Possati apoya la tesis de Occhetta de que su realismo «podría ser la ocasión de ver juntos algunos episodios e inspirarse en ellos para dialogar sobre la vida familiar, escolar, de pareja, social y política».

El artículo del Osservatore, de tono amable, ligero e irónico, se pregunta si las perpetuas humillaciones que sufre Ned Flanders, el «patético» vecino perfecto y «evangélico ortodoxo», a manos de Homer y los suyos, o si los ronquidos de Simpson en la iglesia durante los sermones del reverendo Lovejoy, son «una crítica sutil o una blasfemia injustificable». La intepretación es favorable: «Los Simpson es de los pocos programas de televisión para niños donde la fe cristiana, la religión y la necesidad de Dios son temas recurrentes».

De hecho, en el capítulo «Padre, Hijo y Espíritu Práctico» Homer y su hijo Bart se convierten al catolicismo gracias a la simpatía del padre Sean. Pero lo que más inclina la balanza de la revista de los jesuitas (oficiosamente revisada por la Secretaría de Estado) y del diario oficial vaticano es que la serie creada por Matt Groening y su medular escepticismo «educan a las jóvenes generaciones de telespectadores en no hacerse ilusiones» sobre lo que es la vida en realidad.

«¿Moral? Ninguna», reconoce el articulista del Osservatore, pero «ya se sabe, un mundo sin ilusiones fáciles es un mundo más humano y, quizá, más cristiano».

Hasta aquí el artículo publicado por Camineo-info

Recordemos algo de los Simpson

Traemos a nuestros lectores que no los conocen algo del pensamiento de base de los Simpson en una de sus obras más vendidas en todo el mundo: LA GUÍA PARA LA VIDA

HERMOSOS CONSEJOS SOBRE EL DINERO Y LA HONESTIDAD

EL AMOR EN LA ESCUELA PRIMARIA

FINALMENTE: LA RELIGIÓN

POR TODO ESTO LO RECOMIENDA EL VATICANO, ¿ESTÁ CLARO?

Este es el artículo aparecido el 23 dic 2009 en L’Osservatore Romano:


I Simpson compiono vent’anni

Le virtù di Aristotele e la ciambella di Homer

di Luca M. Possati
Teneri e irriverenti, scandalosi e ironici, sgangherati e profondi, filosofici e a tratti perfino teologici, sintesi impazzita della cultura pop e della tiepida e nichilista middle class americana. Su di loro è stato detto e scritto di tutto e di più, ma di certo quella tribù di facce gialle non ce la dimenticheremo facilmente. Li si ami o li si odi, Homer J. Simpson e la sua stralunata famiglia hanno lasciato il segno, e non solo nel piccolo mondo dei cartoons. Perché, forse, senza la mitica esclamazione “D’oh!” del grasso Homer con la birra “Duff” in mano – magari seduto al bar Moe’s a perdere tempo – senza le disavventure dei suoi figli, l’impenitente Bart e la saputella ecologista Lisa, senza i continui rimproveri della moglie, la casalinga disperata e azzurrocrinita Marge, e senza il leggendario “certo certosino!” dell’odiato bigotto Ned “Neddy” Flanders, forse, senza tutta la spudorata mediocrità degli abitanti di Springfield (Kentucky?), oggi molti non saprebbero ridere.
Da esattamente vent’anni (il debutto televisivo risale al dicembre 1989 sulla Fox) il fenomeno Simpson impazza sulle televisioni di tutto il mondo:  dagli Stati Uniti – dove sono nati grazie alla matita del fumettista Matt Groening – all’Europa, dalla Russia alla Cina, fino al Medio Oriente. Homer & Company hanno sdoganato il cartone animato dall’essere soltanto un prodotto per bambini, aprendolo a una vastità di pubblico inattesa. Un successo suggellato da ben 23 Emmy Awards, tanto che nel 1999 “Time” la definì “la miglior serie televisiva del secolo” e, nello stesso numero del magazine, Bart fu inserito nella lista dei 100 personaggi più influenti del mondo (al 46° posto). L’anno dopo, le ciambelle di Springfield conquistavano una stella nella Hollywood Walk of Fame.
Diciannove  stagioni,  quasi  400  episodi,  i Simpson sono la serie animata più lunga mai trasmessa. E anche quella più discussa e studiata. I rigidi censori spengono il televisore, ma gli analisti più seri lodano il realismo e l’intelligenza dei testi, anche se spesso attaccano – giustamente – il linguaggio fin troppo crudo e la violenza di certi episodi, o le scelte talvolta estreme degli sceneggiatori. Non sono poi mancate le censure in Russia, in Cina, in Giappone, in Venezuela, in Argentina, in Gran Bretagna. Rumors che hanno avuto echi anche a livelli più alti:  nel 2001 tre serissimi filosofi statunitensi hanno dato alle stampe il ponderoso volume The Simpsons and Philosophy (Chicago, Open Court, 2001, pagine 256, dollari 17,95) nel quale – con l’uso di strumenti analitici presi in prestito da Kant, Marx e Barthes – Bart è associato all’ideale nietzscheano dell’uomo nichilista e Marge alla concezione aristotelica della virtù. Non mancano inoltre le letture sociologiche o “scientiste” della serie, come quella tentata dal giornalista Marco Malaspina con La scienza dei Simpson. Guida non autorizzata all’Universo di una ciambella(Milano, Sironi, 2007).  E  c’è  addirittura  chi  si  è  spinto  fino ad  abbozzare  le  tracce  di  una  teologia simpsoniana.
Sì, teologia. Perché tra i tanti temi che entrano in gioco nella vita della scanzonata comunità di Springfield quello di Dio, e del rapporto tra l’uomo e Dio, è uno dei più importanti (e più seri). Dalle interminabili prediche del reverendo evangelico Lovejoy – alle quali corrispondono regolarmente i sonni di Homer nei banchi in prima fila – al radicalismo ingenuo di Flanders e dei suoi figli biblisti maniacali, fino ai monologhi dei protagonisti che si rivolgono direttamente all’Altissimo. Anche se, in linea con lo stile della serie, non mancano i riferimenti pungenti alla confusione religiosa e spirituale dei nostri tempi, come quando Homer in preda al panico si chiede:  “Ma Marge, e se avessimo scelto la religione sbagliata? Ogni settimana faremmo solo diventare Dio più furioso!”. Specchio insieme dell’indifferenza e della necessità che l’uomo moderno prova nei confronti del sacro, Homer trova in Dio il suo ultimo rifugio, anche se a volte ne sbaglia clamorosamente il nome:  “Di solito non sono un uomo religioso, ma se tu sei lassù, salvami… Superman!”.
Errori di percorso, perché in realtà i due si conoscono bene. In un episodio, mentre la sua casa sta bruciando e Springfield è minacciata dai demoni, Homer decide di chiedere udienza proprio a Lui. Una scala mobile tra le nuvole lo porta al Suo ufficio, dove campeggia, in bella mostra sulla scrivania, la scritta: I believe in Me.

(©L’Osservatore Romano 23 dicembre 2009)

1 comentario:

  1. Anónimo19:04:00

    Típico de analfabetos: pensar que The Simpsons es un programa para niños...

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